Il resoconto di una festa. Solo così mi viene da descrivere il primo live DVD degli Elvenking,
che hanno immortalato uno show indimenticabile, registrato nella loro
Pordenone (alla faccia del detto “Nemo Propheta In Patria”) di fronte ad
un pubblico calorosissimo. “The Nihgt Of Nights” ci
regala la bellezza di due ore di concerto e 25 songs (tra cui, comunque,
diversi intermezzi strumentali), presentando le hit più belle della
carriera della folk power metal band tricolore, racchiuse in un doppio
cd e DVD.
Non avendo, purtroppo, a disposizione il
video del concerto, come spesso capita, possiamo solo apprezzare
l’esibizione sonora degli Elvenking, davvero in palla per questa occasione. Si parte a spron battuto con “Trows Kind”, passando poi per la travolgente “Pagan Revolution”,
cantata a squarciagola dai presenti. Il violino di Lethien, su disco
come on stage, si dimostra elemento fondamentale per il sound dei
nostri, vero segno distintivo di uno stile ormai inconfondibile. Gli Elvenking saltellano con disinvoltura dalle song più power a quelle acustiche (“From Blood To Stone”)
sempre mantenendo alta l’energia e lasciando spazio ai cori del
pubblico, coinvolto dall’inizio alla fine. Damna, sospeso tra
menestrello, giullare e cantastorie, mostra tutta la prorpia versatilità
anche dal vivo, anche se, gli intermezzi in lingua inglese risultano un
po’ meno spontanei, rispetto a quando si rivolge al pubblico di casa in
italiano. Nel secondo cd di “The Night Of Nights” la band chiude alla grande lo show con diversi bis, richiamati a gran voce sul palco dai fan.
Finalmente gli Elvenking,
dopo otto album in studio, arrivano al tanto sospirato DVD, degno
traguardo per una delle band italiane più apprezzate all’estero. “The Night Of Nights”
ci conferma quanto i nostri ragazzi siano terremotanti e convincenti
anche on stage e ci invoglia a seguirli in concerto anche in futuro. Una
dimesione perfetta per un gruppo come gli Elvenking.
Genere: Power/Folk Metal Paese: Italia Qualità: 320 kbps
TRACKLIST
CD 1
01. The Manifesto 02. Trows Kind 03. The Wanderer 04. Runereader 05. Pagan Revolution 06. She Lives at Dawn 07. Jigsaw Puzzle 08. Elvenlegions 09. The Cabal 10. A Prayer to Cernunnos 11. Moonbeam Stone Circle 12. Symohn's Bash 13. From Blood to Stone (Acoustic) 14. Skywards 15. Disillusion's Reel (Acoustic)
CD 2
01. Elven Aftermath 02. Seasonspeech 03. Through Wolf's Eyes 04. The Divided Heart 05. Neverending Nights 06. The Winter Wake 07. Era Theme 08. The Loser 09. The Oak Woods Bestowed 10. Pagan Purity
Provengono dalla Danimarca gli Ureas e col qui presente The Black Heart Album sono giunti, negli ultimi mesi del 2015, alla loro seconda uscita ufficiale, ben nove anni dopo aver esordito con The Naked Truth,
risalente addirittura al 2006. Tanto lunga è stata dunque l’attesa per
tornare ad ascoltare del nuovo materiale composto dai coniugi Johansson, Per e Heidi,
presenti entrambi sia dietro al microfono che alle tastiere. La
formazione danese in questo lasso di tempo ha avuto modo di
rivoluzionarsi, salutando il chitarrista Søren Hoff che lascia spazio alla coppia Jacob Hansen/Reece Fullwood e contemporaneamente il bassista Kasper Gram, rimpiazzato da Mike LePond (Symphony X), ed il batterista Mikael Skou Jørgensen, a cui è subentrato Michael Pitman.
Questo almeno è ciò che si evince dalla loro pagina Facebook, divenuto
ormai il mezzo principale per acquisire informazioni di questo tipo,
dato che, come spesso accade, il promopack a nostra disposizione è
assente di aggiornamenti a riguardo. Oltre alla formazione, la band
danese ha rivoluzionato anche il proprio stile, passando da un iniziale
(ma questo ancor prima della pubblicazione di The Naked Truth)
pop/rock a quello che è oggi in tutto e per tutto un sound 100% metal.
Non è però ancora ben chiara la direzione che vogliono intraprendere gli
Ureas, dal momento che, se pur sempre di metal si
tratta, quello proposto è un ibrido tra tanti stili diversi, che passa
dal power melodico al gothic (specialmente nelle atmosfere di fondo), ed
ancora al black con tendenze addirittura death e industrial metal. Una
musica avvolta da un pesante velo di oscurità, a cui non manca il nerbo
necessario per trascinare l’ascoltatore in un vortice di potenza e
maestosità, a tratti decadente ed a tratti addirittura epica. Questo, e
molto di più, sono gli Ureas.
Un incipit a dir poco inquietante come neanche i Cradle of Filth di The Principle of Evil Made Flesh avrebbero saputo immaginare, dà il via a Hello,
brano che si apre poi su ritmi più genuinamente rockeggianti, ma che
non manca di lacerarci i padiglioni auricolari grazie al cantato
lancinante di Per Johansson, a cui si affianca la più pacata voce femminile della moglie Heidi. Un buon momento solistico ed un finale al cardiopalma rendono ancora più incisivo il tutto. The Seven Deadly Sins
parte invece subito in quarta, con un drumming potente fin dal primo
secondo che non lascia spazio all’immaginazione. I cori sono il vero
punto di forza del pezzo, tanto da far passare in secondo piano la linea
vocale principale. Un muro sonoro roccioso ed imponente -ai limiti con
l’industrial, verrebbe da dire- contribuisce alla buona resa finale del
brano. Arriviamo così al pezzo più strano del disco, Black Heart, capace di fare il verso addirittura a nomi tra loro tanto diversi come Marilyn Manson e -udite udite!- i Lordi.
Un misto di hard rock, industrial, nu-metal, come se non bastasse
condito da atmosfere da film horror di serie B in cui a farla da padrone
sono solitamente zombie e sangue dal sapore di ketchup. Ma non
lasciatevi trarre in inganno da questa descrizione, perché il brano è
uno dei più divertenti e dalla maggior presa che gli Ureas ci propongono. Le abilità compositive della band danese emergono finalmente in tutto il loro splendore nell’eccezionale Seal This Moment, canzone alla stregua di un’opera rock che mette in risalto, tra il resto, le doti canore di Heidi. Tanto in quest’occasione quanto nella successiva V for Victory i paragoni toccano inevitabilmente una band come i Nightwish, anche per il tipo di voce che è in grado di tirare fuori Per Johansson, molto vicina a quella possente e “indiavolata” di Marco Hietala. Sugli scudi, però, abbiamo la band al completo: dalle chitarre alla sezione ritmica tutto gira alla perfezione e gli Ureas dimostrano così di non essere un nome da sottovalutare all’interno dell’attuale scena metal nordeuropea. For Who You Are
è un altro fulgido esempio delle potenzialità insite nelle due voci
principali e dell’elevato gusto melodico della band danese. The Valley of the Shadow of Death
(di cui è disponibile un bel videoclip ufficiale in rete), nonostante
la sua durata consistente che arrivati a questo punto farebbe presagire
grandi cose, è tra i brani meno interessanti del disco, anche per via
dei troppi input di cui dispone che però alla fine dei giochi non vanno a
parare in nessun punto preciso. Shut the Fuck Up, come il titolo
fa presagire, è un brano diretto e senza peli sulla lingua, melodico
giusto nel breve momento solistico ad opera della chitarra di Reece Fullwood, con ritmi molto nu metal e sonorità simil-industrial. Arrivati a questo punto, le pur lodevoli It’s All Around Me e All Alone Am I
poco aggiungono a quanto già sentito e non riescono più davvero a
stupirci, come anche la canzone di chiusura, una piacevole ed
attesissima ballad che ci accompagna senza infamia né gloria agli ultimi
minuti dell’album.
Questa seconda prova degli Ureas
mette agli atti una band dalle potenzialità immense, che ha
evidentemente saputo far fruttare i tanti anni di attesa tra il primo ed
il secondo album, una band “a conduzione familiare”, perlomeno dietro
al microfono, coi coniugi Johansson divenuti ormai i veri leader e
punti di riferimento di questa formazione. Gli innesti di elementi
importanti quali il bassista dei Symphony XMike LePond
hanno poi senz’altro contribuito a rendere la miscela ancora più
esplosiva. Una produzione con tutti i crismi del caso, ad opera dei
fratelli Jacob e Tommy Hansen (già alle prese in passato con nomi di assoluto rilievo, tra cui Volbeat, Epica, Destruction, U.D.O., Doro, Gamma Ray e Pretty Maids, come gli stessi Ureas
tengono a sottolineare), fornisce al prodotto finale tutte le carte
necessarie per giocarsela con band di più alto rango. Complimenti agli Ureas, sentiremo sicuramente parlare ancora molto di loro.
Genere: Power/Gothic Metal
Paese: Danimarca
Qualità: 320 kbps
TRACKLIST
01. Hello
02. Seven Deadly Sins
03. Black Heart
04. Seal This Moment
05. V For Victory
06. For Who You Are
07. The Valley
08. Shut The Fuck Up
09. It's All Around Me
10. All Alone Am I
11. Epistula
A tre anni di distanza dal precedente lavoro, “Powerplay”, gli svizzeri Shakra
tornano in pista con un lavoro che ha molti punti in comune con il
precedente, almeno per quanto riguarda lo stile dei brani. C’è però una
differenza interessante, vale a dire il ritorno dello storico cantante Mark Fox
dietro il microfono, dopo che lo stesso aveva lasciato la band nel
2009. Senza nulla togliere a John Prakesh, che aveva sostituito Fox
negli ultimi anni, è comunque vero che il ritorno dello storico frontman
nel gruppo ha un suo perchè, soprattutto per via della sua voce più
sporca e ruvida.
L’hard rock suonato dagli Shakra si sta comunque avvicinando sempre di più a quello dei conterranei Gotthard,
e i brani di “High Noon” alternano diversi stili con un andamento che
non ha cali di tensione e rende l’album un lavoro di alto livello
dall’inizio alla fine. Si comincia infatti con il singolo “Hello“, di cui è stato pubblicato anche un video ufficiale,
un brano dinamico e vivace, a cui segue subito dopo la title track,
molto più lento e cadenzato. L’alternanza continua allo stesso modo, con
le scatenate “Into Your Heart“, “Eye To Eye“, dal ritmo funky che ricorda gli Extreme, e “Is It Real“, caratterizzata da un interessante assolo di chitarra; il ritmo di spezza invece con “Around The World“, “Life’s What You Need“, introdotta da una parte acustica, e “Stand Tall“, solida e ritmata.
Con una storia ormai consolidata alle
spalle, gli Shakra non fanno altro che confermare le loro notevoli
capacità e il fatto di avere ormai costruito uno stile preciso e
definito. “High Noon” è un album piacevole e una possibile pietra
miliare per la storia della band.
Il debutto degli Hammer King, intitolato “Kingdom Of The Hammer King”,è
una bomba atomica di clichée deliziosi che faranno sorridere i
detrattori e daranno invece tanta gioia agli amanti dell’epic power
metal diretto, composto ed eseguito con passione e devozione.
La band è una sorta di super gruppo in cui troviamo Titan Fox (voce e
chitarra) già in azione con la band di Ross The Boss, Gino Wilde
(chitarra), il batterista Dolph A. Macallan (ex Saltatio Mortis) e il
bassista K.K. Basement.
Il sound dei nostri è quindi puro power metal epico ed anche artwork e
testi seguono perfettamente il filone, come ognuno di noi si
aspetterebbe; non è quindi un caso che la copertina di Timo Würz
raffiguri proprio un enorme martello da guerra lanciato verso un
probabile nemico.
La cadenzata ed epica “Aderlass; The Blood Of Sacrifice” è una delle
song più riuscite del CD ed il refrain iniziale, sostenuto dal basso
straripante di K.K. Basement ricorda moltissimo i Manowar. Alla stessa
matrice compositiva possiamo aggiungere la conclusiva “Glory To The
Hammer King” e la meravigliosa “Chancellor Of Glory”, in cui è possibile
cogliere anche fonti d’ispirazione quali Mediaval Steel o Warlord.
Heavy metal più diretto e senza fronzoli l’abbiamo in “Blood Angels” e
“Figure In The Black”; si tratta di brani in cui il ritmo stringe
parecchio e non c’è tantissimo spazio per la melodia.
Tracce di puro epic power quali “I Am The King” evidenziano come
Titan Fox sia davvero eccellente sia come compositore che come cantante;
la sua interpretazione è infatti la chiave vincente per gran parte dei
pezzi del CD.
Non mancano poi canzoni più arrembanti e spaccaossa come la potente
“We Are The Hammer”, che si rivelerà un vero cavallo da battaglia dal
vivo.
Ricordiamo che i nostri hanno realizzato anche un video di “Kingdom
Of The Hammer King” (forse il pezzo meno interessante del lotto insieme a
“Visions Of A Healed World”) e che nella versione LP dell’album è
presente la bonus track “Leather Indians (Of Steel)”.
A pochi mesi dall’uscita della splendida rock opera Phantasma, Georg Neuhauser raddoppia, tornando sul mercato anche con i suoiSerenity. “Codex Atlanticus”
è il quinto album per la band austriaca, che negli ultimi anni ha
decisamente visto accrescere il proprio bacino di fans sparsi in giro
per il globo, grazie a lavori di alto livello qualitativo, cuciti su
misura per il pubblico del symphonic metal. Dopo aver
cavalcato a suo tempo la moda della doppia voce machile e femminile (la
bella Clementine è passata ai Visions Of Atlantis), ora il peso delle
responsabilità gravano tutte sulle spalle del buon George, che ha però
dimostrato a più riprese di poter sorreggere la scena anche da solo. E
nei dieci brani di “Codex Atlanticus” è proprio lui il vero punto di forza dei Serenity, ad innalzare un lavoro altrimenti piuttosto canonico.
Il nuovo album targato Serenity ricalca i
successi del passato, ma cerca di snellire di tanto in tanto i brani
dagli arrangiamenti monumentali di “War Of Ages”, come l’opener in salsa power “Follow Me”.
Le song hanno decisamente un piglio classico, inziando spesso e
volentieri con il pianoforte e la voce di Neuhauser, per poi esplodere
in cavalcate metalliche finemente orchestrate, con fiati e sezioni di
archi. I Kamelot sono sempre il punto di riferimento dei Serenity, com’è
chiaro in una canzone come “Caught In Myth” vicina, e non poco, a “The Haunting”. Di rara bellezza la ritmica in tre-quarti di “Inquity”, dall’incedere simile a “Farewell”
degli Avantasia ed arricchita nel finale da un intreccio di cori da
brividi. Altra song degna di menzione in “Codex Atlanticus” è
sicuramente l’intensa “The Perfect Woman”, hard rock barocco e cangiante vicina agli Avantasia, mentre, assolutamente superflua risulta la ballatona “My Final Chapter”, a conferma che i brani pacati ed emotivi sono quelli più difficili da comporre.
“Codex Atlanticus” è un buon prodotto, in linea con la discografia dei Serenity,
una band ormai stabilmente in prima fascia nel genere. La musica degli
austriaci ruota ormai intorno alla figura di Georg Neuhauser, vero
mattatore dell’album con linee melodiche dotate di appeal e grande
stile, capaci di impreziosire tutti e dieci i pezzi del disco. E se le
orchestrazioni, i passaggi sinfonici e gli inserti orchestrali non
sorprendono ormai più, i bei refrain, quelli no, non stancano mai.
TRACKLIST
01. Codex Atlanticus
02. Follow me
03. Sprouts of Terror
04. Iniquity
05. Reason
06. My Final Chapter
07. Caught in a Myth
08. Fate of Light
09. The Perfect Woman
10. Spirit in the Flesh
11. The Order
12. Forgive Me (Bonus track for Japan)
13. Sail (Bonus track for Japan)
14. My Final Chapter (Orchestral Version) (Bonus track for Japan)
15. My Final Chapter (Instrumental Version) (Bonus track for Japan)
La ricerca del giovane Aaron Blackwell giunge con “Ghostlights”
alla sua conclusione, in un viaggio tra le pieghe del tempo e della
percezione individuale del suo incessante fluire, minacciato da un
gruppo di folli scienziati. Il percorso lo porterà verso una nuova
consapevolezza spirituale, oltre il materialismo agnostico della sua
precedente visione del mondo. Gnosis and life. Avantasia.
L’ispirazione ha preso il narratore all’acme della sua creatività,
irrefrenabile, nella tranquilla frenesia di un piccolo uomo assiso sulla
sua comoda poltrona, nella sua casa, in una piccola città nell’est
dell’Assia, intento a comporre una nuova metal opera, sorseggiando un
buon bicchiere di vino rosso. Questa la genesi narrativa e metanarrativa
di “Ghostlights”, ultima fatica di Tobias Sammet e dei bizzarri personaggi che popolano il suo teatro immaginifico.
Nessun climax, nessuna intro, nessun preludio. Il disco parte con un
brano insolito ma già noto al pubblico prima della release di
“Ghostlights”: si tratta infatti del primo singolo, “Mystery of a Blood Red Rose”. Pezzo oscuro e travolgente che richiama gli anni ’70; è stato infatti scritto per il cantante pop rock Meat Loaf, che per un soffio non è stato coinvolto nel progetto. Peccato. Curioso come il solo Tobias (nei panni di Aaron Blackwell)
riesca a reggere l’intero brano quasi simulando la timbrica dello
statunitense in alcuni passaggi. Nel pezzo sono presenti numerose linee
vocali e sovraincisioni corali, come in una piccola “Bohemian Rhapsody” (così l’ha definita lo stesso Tobi nell’intervista
che ci ha rilasciato qualche tempo fa). Brano coinvolgente con un
grande ritornello, da buona tradizione avantasiana, al quale è stato
recentemente dedicato un videoclip
con il solito Tobias all’inseguimento di una ragazza evanescente
(metafora del tempo e dell’autoconsapevolezza spirituale?), come nel
precedente “Sleepwalking”.
Viene il turno dell’agguerritissimo Jorn Lande (Temptation) in “Let The Storm Descend Upon You”,
una coraggiosissima suite di 12 minuti piazzata lì, al secondo brano,
quasi a voler rendere più ostico l’impatto al primo ascolto – del resto
l’aveva già fatto in “The Scarecrow” (2008) con la
titletrack. Tanta varietà, situazioni ed atmosfere, buono il pre-chorus e
gran carica per il ritornello che arriva proprio quando non ci si
sperava più. Presenti anche le voci di Ronnie Atkins (Magician) e Robert Mason (Scientist I) degli Warrant. Al solito, la suite saprà dividere i pareri dei fan: serviranno infatti diversi ascolti per assimilarne la struttura.
“We’re not gonna take it… anymore!”. Esatto, ma anche no. Dee Snider (Nightmare) fa la sua comparsa in “The Haunting” un brano oscuro che non ha nulla a che vedere coi Twisted Sister. Forse un po’ troppo “Death is Just a Feeling”
l’intro pianistica ma poco importa: il mid-tempo è straniante, funziona
e spiazza a dovere. Ancora più in profondità, senza cambi repentini di
tempo, nei remoti recessi delle tenebre e della decadenza dell’hard rock
troviamo Geoff Tate (Scientist II) in “Seduction of Decay”. Sempre su tonalità basse e gravi, Tate calza
a pennello l’abito del seduttore decadente ed il mood del brano,
strappando finalmente qualche applauso dopo i fischi delle sue ultime
apparizioni su disco con e senza i Queensrÿche.
Dalle profonde tenebre alle alte vette raggiunte da Michael Kiske (Mystic) nella titletrack “Ghostlights”: un ritorno graditissimo al power metal ‘sturm und drang’ teutonico: doppia cassa martellante, riff iniziale alla Helloween e
la grande naturalezza con la quale questo Re Mida del metal riesce ad
impreziosire ogni linea vocale. Il brano è molto classico, carico al
punto giusto ma forse per questo non così eclatante e rappresentativo
come dovrebbe essere una titletrack.
Nuovo arrivato in casa Avantasia, Herbie Langhans (Eclipse) dei Sinbreed in “Draconian Love” ricorda un po’ il pulito caldo di Michael Stanne,
in un brano immediatissimo come pop rock, ma ricoperto da un denso
strato di polvere gothic per innestare una dialettica alto/basso con Tobias, che risponde con immensa energia nel ritornello sincopato già anticipato in apertura. Diretto ma tutt’altro che banale.
“Ghostlights” continua a macinare una hit dietro l’altra, con “Master of the Pendulum” e l’ingresso sul palcoscenico di Marco Hietala (The Watchmaker),
ben sfruttato per le sue peculiarità canore (del resto per quanto sia
caratteristico non è proprio un’ugola d’oro), inserito in un contesto
che difficilmente rimanderemmo a band come i suoi Nightwish. Partenza
lentissima, accelerazione immediata, strofa pesante che ci riporta agli Edguy di “Hellfire Club” (2004) e poi via di gran carriera verso il ritornello di purissimo e happy metal.
Primo vero passo falso dell’opera: “Isle of Evermore”: una ballad lenta e malinconica che vede il gradito ritorno di Sharon Den Adel (Muse), in un duetto con Sammet.
Pezzo un po’ scontato e prevedibile che non rende giustizia alla
cantante olandese, lungi dai camaleontici cambi di stile, potenza e
intensità ai quali ci hanno abituato gli ultimi Within Temptation, mai uguali a sé stessi e capaci di virate in ogni direzione. Qui sembra di risentire una pallida imitazione della Den Adel dalle prime Metal Opera.
Ancora del buon rock pesante per “Babylon Vampires” (la passione di Tobi per Babilonia non finisce mai), con un grande riff in apertura, ancora doppia cassa e duetto con Robert Mason. Ottimo il solo incrociato delle tre asce da guerra Kulick, Hartmann e Paeth che si scambiano fraseggi e scale.
Intensa e toccante la prima parte di “Lucifer”, in cui Jorn Lande con
il solo ausilio del pianoforte dipinge con lente pennellate un panorama
di straziante malinconia, con la sua voce roca inframezzata dagli
interventi di Tobias. A metà brano entrano le chitarre
elettriche, il pezzo sembra esplodere e condurci ad una nuova prova
muscolare, ed invece s’interrompe all’improvviso, facendo irrompere
nell’ascoltatore un senso di vuoto e mancanza. Ci pensa però il buon Kiske ad affiancare Jorn per farci recuperare il buonumore con un’altra mitragliata di sano power metal: “Unchain the Light” conquista immediatamente con l’ennesimo ritornello azzeccato.
Chiusura intensa e drammatica, “A Restless Heart And Obsidian Skies”, che fa calare il sipario dopo averci presentato il buon Bob Catley (Spirit),
che con la sua solita aplomb britannica ci narra l’epilogo della
fabula, con il superamento in chiave soggettivistica del materialismo (Perception and fact - all the same/ Truth's what you feel)… Trascinante ancora il ritornello, che ci rimarrà in testa per mesi come già fece quello di “The Story Ain’t Over” o quello di “The Seven Angels”, ai quali questo sembra fare inevitabilmente il verso. Fade out in chiusura che ci abbandona come dopo un caldo abbraccio, a
ricordarci che potrebbero passare anni per la prossima release, ma non è
certo ancora scritta la parola fine su questo progetto.
Il sipario si chiude. Applausi scroscianti dalla platea, dai palchi e su
fino al loggione, tanto che il gruppo si concede per un bis, con la
corale bonus track “Wake Up to the Moon” in cui i personaggi tornano in scena per un inchino.
“Ghostlights” sarà per molti fan degli Avantasia il disco che tanto attendevano, un lavoro da piazzare direttamente sotto le due Metal Opera,
sia per il ritorno a sonorità power con brani più spinti, tipiche dei
primi lavori, sia per l’eterna passione del compositore di Fulda per i
ritornelli cheesy ed orecchiabili che hanno da sempre contraddistinto il
sound della all-star-band teutonica. Non era neppure facile reggere il
confronto a tre anni di distanza da un disco eccezionale come “The Mistery of Time”, eppure “Ghostlights”
riesce nell’impresa: pur senza uscire troppo dal sentiero già tracciato
in passato e nonostante un paio di episodi fin troppo prevedibili, il
disco è forte di un sound decisamente ispirato e più eterogeneo del
predecessore, tra incursioni heavy, momenti corali trascinanti,
atmosfere dark e qualche esperimento qua e là, spiazzando in parte al
primo ascolto per poi impennare nei successivi. Il tutto mantenendo gli
elevatissimi standard di qualità ai quali Tobias Sammet sembra restare saldamente ancorato, merito da condividere con l’altro grande pilastro del progetto, Sasha Paeth,
ancora vincente dagli ottimi arrangiamenti alla produzione del disco:
l’alchimia tra i due sembra sconfiggere le barriere del tempo come le
ricerche del giovane Blackwell.
Tra fuochi fatui e tenebre, misteri e magia, sogno e realtà, non
possiamo far altro che chiudere ancora una volta gli occhi e lasciarci
trasportare dal narratore e dalla sua infinita fantasia, mentre il
teatro di Avantasia si popola di voci, personaggi e melodie. Lo
spettacolo è assicurato.
01. Mystery Of A Blood Red Rose
02. Let The Storm Descend Upon You
03. The Haunting
04. Seduction Of Decay
05. Ghostlights
06. Draconian Love
07. Master Of The Pendulum
08. Isle Of Evermore
09. Babylon Vampyres
10. Lucifer
11. Unchain The Light
12. A Restless Heart And Obsidian Skies
13. Wake Up To The Moon
Limited Edition
CD2: Bonus Live CD
01. Spectres
02. Invoke The Machine
03. The Story Ain't Over
04. Prelude
05. Reach Out For The Light
06. Avantasia
07. What's Left Of Me
08. Dying For An Angel
09. Twisted Mind
10. The Watchmaker's Dream
11. Another Angel Down